Le recensioni di Orazio Antonio Bologna

Qualche riflessione su Insieme

di Rodolfo Vettorello

La Poesia, sebbene non abbia una definizione e, per la sua essenza, non si riesca a definire, è tuttavia il quid substantiale, che, per quanto non percepibile a livello conscio, informa la pars cogitans dell’ens rationale e la spinge a cogliere, a manifestare in modo personale ed esemplare quanto sfugge a un osservatore comune e a comunicare le sue impressioni in maniera originale e universale.

Se è facile avvertire la presenza della Poesia, è difficile interpretarne e spiegarne l’essenza, la substantia, perché della Poesia cadono sotto gli occhi solo gli accidenti, in primis, la parola, il verbum, che permette all’uomo di comprendere, vivere ed estrinsecare in modo unico e irripetibile la complessa realtà del mondo sia interiore, sia esteriore. La Poesia adopera e comunica attraverso il logos per antonomasia; e, mediante suoni e ritmi appropriati, esprime in modo unico e personale e, nel contempo, comprensibile e universale quanto il Poeta sperimenta di persona all’esterno e all’interno della complessa compagine socio-culturale, nella quale vive e della quale assimila e rielabora mediante categorie universali la complessità della realtà. Il Poeta si cala all’interno delle contingenze umane in continua e vorticosa evoluzione; si pone arbitro assoluto di quanto scorre sotto i suoi occhi; filtra con sofferente sensibilità lo scorrere degli eventi e lo propone con pietosa umanità, perché il fruitore ne colga anche le sfaccettature, che sovente non riesce a percepire.

La Poesia così intesa è l’arte, che investe la sfera emotiva e intellettiva; e, mediante l’equilibrato uso di parole legate da ritmi e da particolari norme metriche, trasmette ed evoca stati d’animo e concetti atti a suscitare emozioni e riflessioni di portata universale. Non teme, quindi, di entrare nei misteriosi e inestricabili meandri del cuore, leggerne i palpiti, manifestarne le sensazioni più vive, coglierne gli aneliti e le speranze, che a volte lo cullano, a volte lo illudono, molto spesso lo tormentano. Non esita ad usare il logos per evocare gli affetti più teneri, i sentimenti più belli che nobilitano l’animo dell’ens rationale; per denunciare le violenze e le storture, che nella società spesso prendono il sopravvento e abbrutiscono l’uomo, portandolo al livello delle bestie più feroci. E l’Uomo, l’ens rationale per eccellenza, quando si abbandona alla brutalità, diventa l’animal più crudele ed efferato, perché agisce sotto l’impulso della razionalità.

È quanto si ricava e si prova nella manciata di liriche, che Rodolfo Vettorello, la voce, forse, più significativa all’interno del complesso e variegato panorama della poesia italiana contemporanea, ha voluto mettere nelle mani di attenti lettori ed estimatori della Poesia.

La scrittura poetica di Vettorello in questo florilegio, come negli altri, si snoda in tramature lirico-semantiche, che sgorgano e poggiano su riflessioni contingenti e cogenti, si infuturano in archetipi tramandati da origini molto remote, e si sostanzia nella risemantizzazione di lessemi fondanti, inseriti in sintagmi sapientemente architettati e disposti in modo ineccepibile sotto l’aspetto sia lirico-psicologico, sia socio-culturale, sia filosofico-letterario e, soprattutto, metrico. Vettorello, infatti, è un vero maestro e, come maestro, adopera con strema versatilità, e nelle forme più svariate, la metrica classica, che propone con innata spontaneità e naturalezza.

La tensione lirica, presente nella silloge, si rigenera continuamente; trova il suo nella dimensione tanto spirituale, quanto metafisica dell’ego cogitans, il quale, pur inserito nella dimensione panica d’una natura a volte vergine, più spesso viziata da tensioni belluine, tende verso il quid substantiale col superamento dei limiti posti dalla mera e, sovente, sofferente contingenza temporale.

Non di rado Rodolfo, soprattutto quando evoca gli affetti più cari e i sentimenti più teneri, che hanno plasmato la sua fanciullezza e la sua giovinezza, conduce il lettore anche più sprovveduto a rivivere l’incanto dell’Eden primigenio, nel quale mediante la sottile allusione all’innocenza dell’aetas aurea immerge il lettore odierno assetato di serenità e, in modo particolare, di pace, a rivivere momenti di intimo raccoglimento, immerso in un’aura surreale, che, per lo più, non appartiene a questo periodo così brutto e sconvolto dalla ferocia più efferata, costituita dalla guerra.

Nel considerare le crudeltà e le efferatezze, che l’uomo pepetra a danno del proprio simile, il Poeta non riesce a darsi pace, a chiedersi perché l’essere umano possa causare mali così gravi a danno del suo simile, che davanti alla Natura gode degli stessi diritti e degli stessi doveri.

Profondamente nutrito della più grande Poesia italiana, e non solo, Rodolfo in questa silloge, non a caso intitolata Insieme, ripropone alla riflessione del lettore la celebre terzina dantesca, Inf. XXVI, 118-120, sottesa, ma mai direttamente citata:

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza.

Tutte le sentite e levigate liriche raccolte nella silloge sono impernate su due lessemi fondanti, virtute e  canoscenza, che costituiscono la chiave per leggere e interpretare non solo la Divina Commedia, ma per penetrare anche negli intimi recessi della lirica meditata e, non di rado, sofferta, sgorgata dalla fine sensibilità di Rodolfo Vettorello, come si può notare nel seguente lacerto, tratto da Se muore il canto, a pag. 16:

Non sarò muto a lungo, amore caro,

mi basterà ritorni un po’ di voce.

Vivo soltanto se non muore il canto.

La brevissima pericope, pur estrapolata e decontestualizzata, mostra molti punti di contatto con la pregnante terzina dantesca: basta solo individuare dove il Poeta cela la virtute e dove la canoscenza. Bisogna anche tener presente che ogni Poeta nella sua opera agisce sempre sotto la spinta della virtù e della conoscenza, elementi fondanti e pulsanti all’interno della società. Rodolfo, infatti, almeno in apparenza, mette da parte il concetto cristiano di virtù e sposta l’attenzione del lettore sul concetto inteso da Platone come saggezza e come sapienza o prudenza da Aristotele, per il quale la virtù dianoetica è propria della razionalità. Ma là, dove Dante pone canoscenza, Vettorello concentra lo stesso concetto in un mirabile verso, nel quale si avverte la purezza e la potenza d’un sentire, che va al di là della mera versificazione.

Dalla breve pericope riportata, per molti insignificante e del tutto priva di senso se si inserisce in un punto qualsiasi del florilegio, il Poeta trae i dreni emungitori, che giacciono in quel ricco e variegato bacino minerario, che, presente nell’actuosa conscientia dell’ens cogitans, fornisce  gli elementi portanti alle sostenute metafore, impiegate per veicolare idee e concetti altrimenti inesprimibili.

Chiunque si avvicini, anche per mera curiosità, alla Poesia di Vettorello, dopo la lettura di poche liriche, è più che convinto che la sua mente è sostenuta e continuamente alimentata da un’invidiabile struttura poetica; che le sue cognizioni sono modellate da chiari e definiti processi poetici o figurati, in particolar modo metaforici.

La prima metafora, che si incontra nella lettura del volume, è costituita dal tema del viaggio. Anche se non esplicitamente citata, né percepita a livello sensoriale, né facilmente deducibile dall’accurata e sapiente disposizione delle liriche, è tuttavia presente e costituisce la via maestra dalla nascita, vale a dire dalla prima lirica all’ultima, significativamente titolata La sezione aurea, che spalanca dinanzi alla mente del lettore un orizzonte nuovo, ancora tutto da esplorare. Il Poeta, infatti, percorre un cosciente e paradigmatico viaggio all’interno dell’esistenza terrena attraverso le innumerevoli vicissitudini, che la vita, realtà contingente, offre al passaggio dell’uomo sulla terra. Per cui il Poeta attraversa con lucida coscienza la condizione umana considerata sia in sé, sia in rapporto al prossimo, che vive e palpita di una propria vita all’interno delle liriche. Vettorello, infatti, prende come spunto necessario l’Uomo inteso, secondo Aristotele, nella sua dimensione sociale e individuale. La sua individualità, con tutti i risvolti, si concretizza all’interno della polis, della quale è membro necessario e realizzatore, nella sua attività o passività. È più che ovvio che, se non ci fosse l’Uomo, non esisterebbe la polis, il fulcro di tutte le sue tensioni. Per tal motivo il Poeta si sofferma con lucida e commossa riflessione sulle vicissitudini delle intenzioni umane, sugli aspetti significativi, i quali nella dinamica dell’esperienza umana dànno vita a una miriade di forme, quante sono le liriche composte dal Poeta mediante i segni del suo particolare e inconfondibile alfabeto.

Le liriche di questa silloge sono briciole di verità, che all’Uomo parlano dell’Uomo, del mondo, dell’universo, del possibile, dell’impossibile, del fantastico, dell’immaginario e dell’assurdo, come nella lirica Times Square 4 agosto 1945, a pag. 37, oppure come in Palmira in fiamme, a pag. 107. In entrambe è sottesa l’amara esperienza della guerra, l’invenzione più crudele e distruttiva, che il genio umano abbia mai potuto inventare, per sterminare il suo prossimo.

Ciò non ostante l’esperienza di questo florilegio può essere sentita e descritta come il viaggio attraverso l’esplorazione dei variegati territori della complessa e cangiante psicologia del mondo tanto umano quanto, e soprattutto, poetico. In questo cammino, non privo di difficoltà e di incomprensioni, il Poeta persegue l’obiettivo di quel mondo, che da vero maestro sogna, vagheggia, ritrae con mano ora lieve, ora cruda, ma sempre con vigile controllo della forma, immancabilmente legata e adeguata al contenuto. È, questo, il motivo che permette a Rodolfo di trovare l’intelligenza del mondo poetico e di contribuire a svelarne l’enigma con linguaggio sempre raffinato e contenuto nei limiti del conveniente.

Da questa salda presa di coscienza Rodolfo condivide col lettore la radicata convinzione che la letteratura sia non solo un grande valore, ma il valore più grande che l’esistenza umana possa immaginare e conseguire. Perché la convinzione si inveri, si richiede come presupposto necessario la comprensione delle sue facoltà espressive cognitive immaginative, che insieme concorrono a mantenerlo, perpetuarlo, avvalorarlo.

Nel florilegio di Rodolfo, però, non è declinato solo quanto fin qui abborracciato in modo più o meno logico e coerente, ma si aprono ampi squarci sulla psicologia dei personaggi, che costellano il complesso e, sovente, inafferrabile mondo poetico. Le delicate pennellate, se tratteggiano una psiche reale e sfuggente, forniscono sempre un particolare e delicato strumento ottico, mediante il quale il lettore può discernere quanto non è riuscito a intravedere da sé stesso, in se stesso.

L’espressione lirico-letteraria, della quale Rodolfo dà ampia dimostrazione, raggiunge vertici ineguagliabili, non paragonabili a nessun altro personaggio della nostra letteratura, perché è espressione della sua individualità come uomo e come artista.

Un’accurata lettura delle singole liriche contenute nella silloge permette di cogliere e di evidenziare da una parte il tema centrale e generale incentrato sull’analisi dello spirito e dall’altra su quello, per nulla secondario o subordinato a reali contingenze, della scrittura poetica, nella quale si legge il percorso limpido e lineare della continua riflessione sull’ego poetico-lirico.

Di qui la solidità formale, la scrittura polimorfa, che concede tanto le pause necessarie e intrinseche al testo poetico, quanto gli automatismi del disegno e delle suggestioni matematico-brachigrafiche della cifra; di qui i rituali richiami a persone e situazioni, che giacciono nel bacino immenso della memoria. L’esercizio di scavo e di ricerca, per lo più ignoto al lettore frettoloso, permette al Poeta di attingere a un fondo comune e, almeno nell’apparenza, destinato a sé solo. A questo immenso patrimonio di idee e di riflessioni, raccolto con cura e arricchito di sempre nuove vedute e cognizioni, ricorre Rodolfo nei momenti di raccoglimento e, perché non vada smarrito, lo fissa in versi destinati a durare e a incidere profondamente sulle generazioni future.

In questa ottica, data dalla consapevolezza di possedere una scrittura piana e di sicuro valore paradigmatico, il Poeta matura il progetto di rendere pubblica la sua feconda e faconda produzione lirica, con la quale si pone come protagonista accanto alle firme più prestigiose della poesia tanto contemporanea, quanto dell’immediato passato. Continua in modo egregio la grande tradizione, che in Montale, in Saba e in Luzi ha trovato i più alti esponenti. È l’ego del poeta, infatti, che spinge in questa direzione, in quanto il ductus, come l’usus scribendi, sottolinea una natura etica ben definita e funzionale al contenuto, fissato per sempre all’interno della tramatura lirica. Il processo generativo della lirica a un’analisi obiettiva del singolo componimento, come del florilegio, emerge netto e distinto, pur nel moto ora lineare ora spiraliforme, caratteristico e proprio della lirica di Rodolfo. L’enunciazione del pensiero portante è scandito da versi robusti, sonori, strutturati, articolati e curati nei minimi dettagli. Gli enunciati, noti anche al lettore un po’ distratto, costituiscono la base del processo psicologico e mentale, dal quale prende le mosse il processo compositivo e la scelta del metro più adatto.

Con la sua produzione Rodolfo Vettorello si inserisce con pieno diritto nella lirica contemporanea, la quale, se è facilmente accessibile sotto l’aspetto economico, non lo è sotto quello della fruibilità, perché parla per lo più per enigmi e per oscurità. Se la produttività, data la facilità degli editori e la munificenza dei sedicenti poeti, è sorprendente, la qualità lascia molto perplessi, perché a livello tanto nazionale, quanto internazionale veramente pochi sono i poeti che si possono dire tali. La lirica di Vettorello, invece, in linea con i grandi protagonisti del Novecento italiano e non, mostra la capacità di esprimere situazioni spirituali e intime, non inferiore alla capacità espressiva della filosofia, del romanzo, del teatro e della musica. Con i veri poeti il lettore passa attraverso un’esperienza che lo conduce molto vicino a quella che è la caratteristica essenziale di tale lirica. E questa coincide con quella prodotta da Rodolfo Vettorello, il quale col suo dettato, pur con qualche oscurità o passaggi piuttosto rudi e scabrosi, non sconcerta, ma avvince, affascina, immerge nell’intima essenza del proprio ego cogitans; opera il miracolo, molto raro presso altri versificatori, di essere compresa e di comunicare, perché ammalia con la magia della parola, con la sonorità ritmica del verso, con l’arcano che circola e avvince. L’anima del lettore, avvinta dalla comprensione e conquisa dalla semplicità e genuinità del messaggio, rimane legata ai suoni, ai lessemi, ai sintagmi, che scendono nel profondo come gocce di rugiada o di miele.

Comprensione e fascino nella poesia del Nostro non creano la dissonanza o il disorientamento, abbondantemente presenti nella produzione lirica contemporanea, ma invitano alla pacatezza, alla serenità, alla riflessione su temi o concetti di portata universale. La lirica di Vettorello, però, non dà adito al riposo, alla neghittosità, all’ozio. A lui, e a ragione, si attaglia quanto nel 1942 scriveva Igor Strawinsky nella sua Poétique musicale: «Niente ci costringe a cercare la soddisfazione sempre e soltanto nel riposo. Da più di un secolo si moltiplicano gli esempi di uno stile in cui la dissonanza si è resa indipendente. Essa è diventata una cosa in sé. Ed è per questo che essa né prepara né preannunzia qualcosa. La dissonanza non è apportatrice di disordine, così come la consonanza non è garanzia di sicurezza».

Questo pensiero, valido per la ricerca d’una nuova espressione musicale, è pienamente valido anche per la lirica, soprattutto se si pensa a Ungaretti, l’apparente oscurità del quale non è di principio, ma funzionale a una nuova realtà, che si stava schiudendo nel caotico orizzonte culturale dell’epoca. Già Baudelaire, cui Ungaretti occhieggiava, aveva sanzionato che c’era una certa gloria anche nel non essere compresi. E molti poeti, oggi, scrivono solo per non essere compresi. Diverso è l’atteggiamento di Benn, per il quale scrivere poesia significa «innalzare le cose fondamentali nel linguaggio dell’incomprensibilità, dedicarsi a cose che hanno meritato che di esse non si convinca nessuno». Con tono estatico e, per certi versi, disincantato, Saint-John Perse così si rivolge al poeta: «Bilingue fra cose duplicemente acute, tu stesso una lotta fra tutto ciò che lotta, che parli nell’ambiguo come uno che si è perduto nella battaglia fra ali e spine». Cui Montale in modo più asciutto e incisivo ribatte: «Nessuno scriverebbe versi se il problema della poesia fosse quello di farsi capire». In altre parole, scrivere la Poesia non è di tutti.

All’interno di questa situazione, che affonda le radici in epoche molto remote, si inserisce la produzione lirica di Vettorello, il quale, seguendo l’oraziana mediocritas, non indulge né all’una, sì da essere evitato, né all’altra, per non cadere nella banalità di una prosa più che decorosa, e con la mania di andare continuamente a capo, come capita di vedere in moltissimi esempi di produzione libresca contemporanea.

Quanti, infatti, si approcciano alla produzione poetica di Vettorello sono abituati a volgere lo sguardo anche  quella oscurità, che qua e là immancabilmente serpeggia nella lirica. Ciò, però, non intacca la volontà di proseguire, ma eccita l’acribia, sveglia l’inconscio desiderio di conoscere quanto soggiace dietro a quel dettato apparentemente oscuro e, momentaneamente, decontestualizzato dal flusso ritmico e sintagmatico, cui è legato. Si osserva, inoltre, che la produzione lirica, che qui si analizza, tende a tenersi più lontano possibile dal comunicare, in forma piana e banale, contenuti strettamente univoci. A ciò contribuisce in modo determinante la scelta dei lessemi più appropriati, che si innestano in sintagmi via via sempre più complessi, atti a contenere da una parte l’ego cogitans, dall’altro a schiudere l’ego recipiens del lettore. La Poesia, in questo caso, diviene un quid o, meglio, un ens fornito di vita autonoma, autosufficiente, plurivalente nel significato, che irradia; diviene un tutto risultante dall’intricata tensione tra stato d’animo assoluto e suggestione dello stato prerazionale, che si traducono in vibrazioni di suoni naturali e spontanei tra la realtà e le zone dei concetti.

Nella poesia di Vettorello la tensione tra le varie, e necessarie, dissonanze facilmente percepibili tra il reale e l’ideale costituiscono l’humus fecondo per brani poetici, che travalicano il contingente e parlano all’Uomo di ogni età, di ogni condizione. E così a tratti apparentemente arcaizzanti di varia provenienza si fondono in elegante e accattivante intellettualismo sprazzi di riflessioni, che conquidono e trascinano in modo impercettibile a riflettere sulle azioni dell’ens rationale in un mondo ormai senza regole, dove tutto è lecito in nome di una fantomatica libertà.

Il fine intellettualismo in Insieme si concretizza in modo mirabile nella semplicità dell’espressione, nella levigatezza linguistica e nella complessità del contenuto, veicolato con un linguaggio sempre controllato e  sempre in linea con se stesso. Nella tessitura della lirica la precisione non contrasta con l’assurdità, la tenuità del motivo con la foga, stemperata dal controllato e impeccabile movimento stilistico, che accattiva l’animo dl lettore e lo conduce in modo impercettibile all’esame del proprio ego, spesso nell’abisso delle proprie miserie. La tensione formale, che anima la lirica e dà vita a sintagmi di rara bellezza, spesso non vuole essere e non è tale da incidere sul contenuto, che rimane sempre, e comunque, di portata universale, perché tocca sempre le corde più sensibili del cuore umano.

La poesia di Vettorello si accosta alla realtà, si nutre della realtà, offre la realtà, ma non la racconta in modo descrittivo, perché vi pone il calore della familiarità tanto nel vedere, quanto nel sentire. Perciò la porta nella sfera del familiare, non la estranea, non la deforma. Il lettore, però, ponga attenzione, perché la poesia che ha tra le mani non deve essere misurata con l’angusto e coartante metro della mera realtà, anche se, come base di lancio per la sua libertà, ne ha assunto in sé alcuni residui, sui quali intesse e sviluppa la tramatura lirica. La realtà, infatti, a poco a poco si sgancia dall’ordine spaziale, temporale e oggettivo, per rivivere nell’impalpabile dimensione spirituale e nelle pulsioni dell’animo teso verso una catarsi dialettica tra il reale e l’irreale, il sogno e la vita quotidiana. L’espressione lirica attinge dalla realtà della vita, dalle sue contingenti mutevolezze e non si sottrae a distinzioni, che, respinte come pregiudizievoli, costituiscono il tessuto necessario per l’ordinamento normale, mentre si districa tra bello e brutto, bene e male, conveniente e sconveniente, vicinanza e lontananza, luce e ombra, gioia e dolore, terra e cielo. Per tal motivo nella poesia i Vettorello sono presenti i tre comportamenti fondamentali, costituiti dai momenti portanti dell’esistenza: vedere, osservare, trasfigurare.

Se nella poesia contemporanea è quest’ultimo ad avere il predominio, tanto nella visione del mondo, quanto nel linguaggio, nella poesia di Rodolfo i tre momenti formano un’unità inscindibile, tanto che uno non può sussistere senza gli altri. Nonostante sia imbevuto di poesia romantica, secondo la quale la lirica è considerata sovente la lingua del sentimento e dell’anima personale, nella silloge Rodolfo ribalta il concetto di sentimento e risemantizza con notevole arricchimento semantico l’atavico concetto racchiuso nell’anima personale, che diviene, a poco a poco, anima universale. Nel concetto di sentimento, infatti, svuotato delle melliflue sdolcinature ereditate da epigoni tardoromantici, si innesta un processo psicologico, che si stempera nella pacata distensione spirituale, nella quale l’uomo trova se stesso e coglie quanto via via ha smarrito nel cammino della vita. Questo processo, difficilmente percepibile al primo contatto, apre l’ingresso di un ambiente ovattato, spirituale e, si potrebbe dire, in certi casi acronico, nel quale anche l’uomo più solitario trova altri individui accomunati dal suo stesso sentire. Quando si legge una certa poesia contemporanea e, in particolare, quella di Vettorello, questa agiatezza comunicativa passa impercettibilmente sotto silenzio, sostituita dall’impatto emotivo, più immediato e fruibile. Anche se vi affonda le radici, essa prescinde dall’umanità nel senso tradizionale e si immerge nell’esperienza vissuta e rievocata con sfuggente e velata malinconia, nella quale il sentimento, evocato dall’ego del poeta, diventa vivo e personale, per proiettarsi in un nuovo, e più vasto, orizzonte.

eIl Poeta non partecipa alla sua rappresentazione come persona privata, ma come intelligenza poetante, come operatore della lingua, come artiere del verso, che impiega gli atti metamorfosanti della sua controllata fantasia, la quale trasfigura il suo irreale modo di vedere sulla materia amorfa, spesso povera e priva di significato, in sequenze sintagmatiche pregne d’intenso lirismo. La sensibile obliterazione si infutura poco per volta nell’ego del lettore, nel quale opera un’impercettibile, ma profonda metamorfosi e lo arricchisce di quei tratti, dei quali avvertiva la mancanza. Siffatta Poesia, infatti, trova le sue scaturigini nel magico fascino dell’anima, che, una volta destato, viene riportato a livello cosciente e alimentato di nuovi apporti cognitivi, emotivi e affettivi. Questo processo è, ovviamente, opposto al sentimento romanticamente inteso. Questo processo apre la via a una sinfonia di suoni, di colori, di sentimenti e di idee raramente riscontrabile altrove e a una incondizionatezza della soggettività pura, non ulteriormente scomponibile in singoli valori di sensibilità.

Rodolfo pervade le liriche di sentimento, ma non indulge a mollezze affini al trito piagnisteo di piagnucolosi imbrattacarte. E se ciò dovesse, per puro caso, verificarsi, esse vengono di colpo frantumate dalla disarmonica presenza di pochissimi lessemi, scelti con calcolata intelligenza e dominio della materia.

Nella poesia, che anima la silloge, manca, in parte, la drammaticità aggressiva, che anima molta parte della poesia moderna: essa, infatti, esercita un indiscusso predominio nella relazione tra i temi o i motivi indirizzati l’uno contro l’altro. Questi, ordinati e accostati l’uno all’altro, dominano nel rapporto con uno stile rabberciato in modo inquietante, sì da staccare il più possibile l’uno dall’altro e nel segno e nel significato. La lacerazione interiore del poeta tende a scindere in segmenti a sé stanti, e in lotta tra loro, quanto in origine era assemblato con perfetta armonia. Con l’incomprensibile stupefazione lascia il lettore nel disorientamento, nell’incertezza, nella paura di vivere. Per cui essa, in modo più o meno evidente, decide imperiosamente il nesso e il rapporto tra la poesia e il lettore, determina uno squilibrio, nel quale la vittima è il lettore, il quale non si sente rassicurato, ma psicologicamente allarmato, disorientato, sconvolto. E ciò è reso possibile, perché il linguaggio poetico si è da sempre distinto dalla funzione normale relegata solo alla comunicazione normale.

Ma, a prescindere da casi isolati, riscontrabili in Dante, in Ariosto, in Tasso, in Tassoni e in molti altri, nel passato si era sempre trattato di una distinzione moderata, per gradi. Nella seconda metà del XIX secolo, improvvisamente, la differenza tra lingua corrente e lingua poetica diviene sempre più radicale, e ne scaturisce una prepotente tensione, la quale, associata alla sempre più frequente oscurità dei contenuti, provoca disorientamento, smarrimento, confusione. La lingua poetica, a cominciare dal Pascoli delle Myricae, acquista sempre più il carattere di esperimento, dal quale emergono combinazioni non volute dal significato, che, però, è dato proprio da quello strano e, spesso, incomprensibile connubio. Il lessema usuale si innalza a inconsuete significazioni, assenti nel primigenio tessuto della lingua. Tale sperimentazione ha indotto il poeta ad adoperare parole proprie di un arcaico linguaggio tecnico e a conferir loro un’inattesa carica lirica. Anche la sintassi, rigorosamente osservata dalla grande Poesia dei tempi andati, si riduce a espressioni nominali paratattiche volutamente primitiveggianti. Davanti a tanto disorientamento il lettore ha la sensazione di trovarsi proiettato in un’incomprensibile anormalità, anche se non la lezione di quanti lo hanno immediatamente preceduto, instaura una nuova tradizione classicamente intesa: non scompagina, infatti, né trascura completamente quanto è oggettivo o vi si può, per affinità, accostare; ma, prendendo come paradigma se stesso, rivendica nella composizione lirica con una struttura linguistica armonica, concisa, comunicativa, coinvolgente, un nuovo ruolo.

Nella versificazione, spinto dall’esigenza delle sequenze sonore, rivendica autonomia linguistica, scelta oculata di lessemi veicolanti significati e gradi di intensità precisi, senza sbavature, perché, secondo il concetto più volte espresso, Vettorello desidera che la sua poesia sia comprensibile a partire dal contenuto delle espressioni, che a un lettore piuttosto sprovveduto possono sembrare così ovvie da facilitarne la deviazione o, peggio, suscitare l’illusione di aver introiettato fino in fondo il messaggio ivi contenuto. Per cui la poesia diventa linguaggio, che veicola un concetto, una sensazione, un messaggio.

A qualche critico e, ovviamente, a qualche lettore dall’emunctae naris è sfuggito o, se gli è capitato di coglierlo, ha considerato di poco conto che il contenuto della poesia condensata in Insieme sia riposto nella drammaticità delle forze formali, tanto esteriori, quanto interiori, che esigono un linguaggio, che si pone come elemento fondamentale per la trasmissione di un’idea o di un oggetto. Siffatta poesia, infatti, si collega idealmente a un’inveterata tradizione e produce il tanto atteso effetto dissonante, mediante il quale alletta, coinvolge e, insieme, sconvolge colui che la sente.

Di fronte a tali fenomeni nella psiche del lettore, mentre si radica l’impressione della normalità, incomincia a prendere forma la pars construens, insita nella trama logico-narrativa della lirica. In questo aspetto particolare Vettorello si discosta notevolmente dal concetto basilare dei moderni teorici della poesia, secondo i quali fondamento della poesia è la sorpresa e lo stupore. Si ha netta sensazione che molti contemporanei vogliano riprendere quanto Gian Battista Marino aveva tempo addietro proclamato:

E’ del poeta il fin la meraviglia,

parlo dell’eccellente e non del goffo,

chi non sa far stupir, vada alla striglia.

Rodolfo Vettorello con la sua produzione lirica non intende stupire, ma sorprendere, perché si serve di mezzi ed espressioni normali, facilmente fruibili: secondo le sue convinzioni, ritiene che l’anomalia, la sorpresa e lo stupore siano concetti pericolosi, perché suscitano l’impressione che nella poesia non ci sia una norma regolatrice a livello conscio, una regola sempiterna, che affonda le radici nella psiche viva e palpitante dell’ens cogitans. È pur vero, e Vettorello, come tutti i grandi poeti del secolo appena trascorso danno prova, ne è prova obiettiva, che l’anormalità di un’epoca è divenuta norma nella seguente, perché è stata a poco a poco assimilata, molto nelle arti figurative e poco nella poesia lirica. Questo non è valso per i fondatori francesi, Rimbaud e Mallarmé, mai del tutto assimilati dal grande pubblico. Del resto non sono tra i protagonisti neppure oggi, nonostante i numerosi studi sulla loro attività. La non-assimilabilità, dalla quale rifugge Vettorello, è restata, ed è, una caratteristica cronica riscontrabile anche in poeti molto recenti.

La poesia che anima Insieme entra nel novero della normalità, termine con il quale si denota lo stato d’animo e della coscienza in grado di comprendere una poesia di Ungaretti, Saba o Montale. Questo tipo di poesia, la più usata, permette di stabilire un intenso rapporto con la modernità, con l’ambiente, nel quale il poeta vive e coltiva la sua arte. Anche se nella silloge serpeggia un certo rifiuto per un insensato progresso tecnico e un illuminismo scientifico, che riduce tutto a materia sotto il controllo dell’uomo, ritenuto padrone assoluto, il tema di fondo, che emerge prepotente in ogni lirica è l’esaltazione del sentimento puro, dell’amore, della pace, della fratellanza, come nella delicata lirica Ignara bellezza, a pag. 22:

Mi dice sei bella, la mamma,

mi pettina intanto i capelli.

Peccato per gli abiti stinti

che porti. Non sanno,

non sanno i ragazzi del sabato notte.

In questa manciatina di versi si avverte, e si rivive, lieve e delicato, il sogno della giovinezza, che passa troppo in fretta. Il lento e pacato andamento ritmico dato dai novenari, dal senario e dal dodecasillabo finale, proiettano il lettore in una pace idillica, remota, ma presente nella coscienza e magistralmente evocata dal pacato scorrere dei versi piani, che scendono come miele nel profondo dell’anima e la rasserenano, pur nello struggente ricordo di un passato ormai lontano. Si avverte il nostalgico ricordo di quando ci si accontentava di poco e i giovani, a differenza di oggi, erano felici di quello che avevano o che, in tempi di ristrettezza, riuscivano a ottenere. Tenerezza e commozione, passione e sentimento, nostalgia e rimpianto trovano un facile connubio nell’animo sereno e meditabondo del Poeta, che irrompe nel cuore del lettore in punta di piedi, temendo di arrecare disturbo o turbare la quiete, nella quale è immersa la lirica e della quale è foriera.

La poesia di Vettorello non è solo questo: vive, infatti, e osserva l’uomo di oggi con le sue angosce, con i suoi timori, con le sue incertezze. Emblematica, a riguardo, è l’amara denuncia di quanto avviene, oggi, sotto gli occhi di tutti: il Mediterraneo è diventato un cimitero, nel quale, inghiottiti dalle acque, giacciono migliaia di corpi anonimi, che, partiti da luoghi di fame e di guerre, sognavano un avvenire più decoroso, più vicino alla condizione umana. E l’uomo, cosiddetto civile, si volta dall’altra parte, per non guardare e sentirsi colpevole d’aver abbandonato il suo simile in balia delle onde. Significativi sono i versi tratti da Quel che ci tocca, a pag. 89:

Non ci rendiamo conto

o forse di proposito ignoriamo

che nel sorteggio può toccare a tanti.

Il male dell’esistere è una piaga

che tutti unisce nella stessa sorte.

Essere il negro sul gommone in panne

che vede all’orizzonte la sua morte

o essere colui che può salvarlo,

per tutti quanti identico è il finale.

In questa densa pericope Vettorello rompe con certi schemi, che, considerati asfittici oppure obsoleti, se non addirittura offensivi, sono stai ormai imposti da una cultura d’apparenza, di convenienza o, meglio, di ipocrisia, e ritorna al primigenio, puro valore semantico di negro, nell’uso del quale, oggi, prevale solo l’offensiva estensione semantica di razzismo. È un calco latino, del quale moltissimi hanno perduto il significato originario, che non era assolutamente offensivo, né denotava razzismo. La parola, si sa, in sé non è mai offensiva; diventa tale, quando chi la pronuncia ha l’intento di offendere. La malizia, quindi, non insita nell’accidens, nel verbum, ma dall’intenzione di chi lo usa.

La struttura metrica, costituita da sonori e martellanti endecasillabi piani preceduti da un settenario, con il ritmo incalzante dato dagli accenti accuratamente disposti, trascina il lettore a riflettere sia sulla caducità, che vive giorno dopo giorno, sia sull’imprevedibile, che può portare improvvisamente, e indistintamente, alla catastrofe.

Il non casuale sintagma il male dell’esistere richiama alla mente il celeberrimo endecasillabo montaliano, spesso il male di vivere ho incontrato, che certamente Vettorello aveva sotto mano quando vergava la lirica. Come in Montale, anche nella breve pericope la vita è considerata un susseguirsi e un accumularsi di dolori e la poesia deve solo impegnarsi a raccontare la sofferenza e, in qualche modo, cercare di porvi rimedio o, almeno, lenire le amare sofferenze dell’animo. Ma il poeta non sempre è capace o ha la possibilità di riuscirci. Per cui come in Montale, idealmente e, si potrebbe dire, realmente considerato maestro esemplare di Vettorello, anche nel breve frammento riportato serpeggia una vena di malinconico pessimismo, di sereno, ma sfiduciato, abbandono al fatum: il nostro autore, infatti, non avverte, né permette di avvertire la speranza nella fede, condensata nella solidarietà umana. Prospetta al lettore il sinistro fato, che incombe impietoso sulle sofferenze delle creature in modo non dissimile dalla concezione leopardiana. Per tal motivo l’uomo si chiude in se stesso nell’attesa di scampare dai disastri inaspettati, con la segreta speranza:

         … «toccherà ad un altro»

e questo perlomeno fino a quando

quel che ci aspetta non ci toccherà.

Il messaggio della solidarietà umana striscia sottile nei versi e si insinua nell’animo del lettore in cerca di quel quid che lo conforti all’interno di questa società piena di prevaricazioni e di violenze; collega le liriche e richiama l’attenzione sull’ancestrale felicità, che, smarrita e mai più ritrovata, viene colta qua e là con meraviglia; sulla verginale purezza dell’uomo; sul faticoso cammino per individuare la sua esatta posizione come ens rationale all’interno di un percorso segnato da continue tensioni psicologiche e sociali. La callida iunctura della sinestesia, la studiata presenza del poliptoto e dell’omoteleuto, insieme con l’anafora e della figura etimologica, Rodolfo Vettorello rende maggiormente fruibile la complessa architettura della lirica e attinge altezze difficilmente raggiungibili ed eguagliabili. Sono, questi, gli elementi che conferiscono al volume, non a caso intitolato Insieme, un posto di rilievo nel variegato e travagliato panorama della poesia contemporanea.

 

Orazio Antonio Bologna