Le recensioni di Orazio Antonio Bologna

Sintomi poetici di Marisa Cossu

La breve e densa silloge, elaborata con bravura e perizia da Marisa Cossu, dimostra con chiarezza che la mente umana ha innata la struttura poetica, che la cognizione di un sapere vasto, profondamente assimilato e brillantemente armonizzato, modella processi poetici unici e irripetibili, dà vita in maniera esemplare a creazioni sia poetiche, sia figurate di altissimo livello. Nella lettura della diverse liriche, che limpide e travolgenti sgorgano dalla mente feconda della poetessa, non sfuggono particolari metaforici, che, comuni e condivisi, spingono a organizzare, a rielaborare, a penetrare la percezione dei sensi e dei pensieri, spesso velati da metafore impenetrabili.

Attenzione particolare merita la particolare struttura concettuale, che per la sua pervasività, per lo più accettata e condivisa, sfocia nel tema del viaggio, che, filo sottile e invisibile, lega tutte le liriche della silloge: «è il sale dell’umana condizione / del viaggio faticoso accettazione», come chiude la lirica Il sorriso.

La poetessa, infatti, sa bene che la vita è un viaggio e vi si immerge con tutte le potenzialità della sua sensibilità, della versatilità intellettuale e culturale, prendendo le mosse dagli autori più antichi, qua e là evocati con allusioni ora sottili, ora velate. Fornita di un ricco e bene armonizzato bagaglio culturale, Marisa rappresenta in modo esemplare la sua variegata esperienza poetica come un viaggio, all’interno del quale riversa tutte le sue esperienze umane e artistiche con rara sensibilità e mediante uno scaltrito, e invidiabile, uso della metrica classica. Questa, sorretta da ispirazione autentica e dall’equilibrata dimensione della poesia, diventa il naturale ricettacolo, che Marisa sceglie ed elabora con cura, perché accolga quanto di volta in volta la Natura le suggerisce. Dissetata alla fonte di Castalia o d’Ippocrene, e profondamente permeata dalla presenza ispiratrice di Apollo, rielabora temi antichi mediante una nuova e stimolante sensazione, che riassume la condizione umana vissuta in tutta la sua intensità. Per tal motivo alla poetessa non sfuggono i momenti ora lieti, ora tristi, ora noiosi e inutili della vita.

Dotata di un lessico ricco e rielaborato, nell’approccio a ciò che intende trasmettere, evoca in modo magistrale le non sempre lineari vicissitudini delle intenzioni umane; si muove sempre con destrezza e sicurezza soprattutto quando affronta gli aspetti significativi e significanti insiti nella dinamica della variegata esperienza umana. In questa peculiare dimensione, nella quale confluiscono conoscenze letterarie, filosofiche, psicologiche e antropologiche, va identificato quel vasto bacino, sconfinato e disparato, delle esperienze umane e personali attinte dall’ego vivens nella vasta gamma delle proprie esperienze.

La produzione poetica di Marisa Cossu, almeno da quanto è dato di capire dalla lettura della pregevole silloge, esige un approccio soprattutto psicologico, perché mediante questo particolare strumento ottico indirizza e aiuta a penetrare nella complessa struttura poetica e concettuale dell’autrice, la quale parla dell’uomo, del mondo e dell’universo, visti ora con gli occhi incantati di bambina, ora con la ragione e la logica stringente della filosofa, mentre indaga le cause ultime, mediante la scientia scribendi e la peritia operandi.

Per cui si trova accostato il possibile e l’impossibile, il reale e il fantastico, il reale e l’assurdo. Questi elementi nel loro insieme contribuiscono a creare e modellare nella ferrea logica della poetessa un mondo ora ovattato, ora vibrante di vivaci sensazioni, ora intimo, ora animato da sentimenti che si infuturano in un archetipo universale cercato e disseminato a piene mani nella tramatura sintattica e concettuale delle singole liriche.

Questo modo di muoversi all’interno di strutture metriche ben definite e, nello stesso tempo, nuovo e personale, permette alla poetessa di trascendere il contingente e di condurre il fruitore verso mete e spazi, dove insieme con la rarefazione dell’aria si assiste alla dissolvenza di quanto possa imbrattare e imbruttire la psiche umana, la più nobile espressione del creato. Con questa silloge Marisa accompagna il lettore a modellare in modo nuovo la percezione della realtà, a plasmare su valori eterni e imperituri la sua identità, a ispirare un comportamento consono al suo essere homo rationalis e, in modo particolare, spiritalis.

La lettura di questa silloge, con la quale poche possono confrontarsi per profondità di vedute e ampiezza di concetti, può costituire un’esperienza, un viaggio attraverso territori vergini, un’esplorazione dei variegati momenti e aspetti della psicologia del mondo poetico, esemplarmente incarnato e proposto. La poetessa si prefigge e propone come obiettivo specifico l’impegno di trovare in se stessa e nell’altro innanzitutto l’intelligenza e, contemporaneamente, svelare l’enigma della propria esistenza; aiuta in modo attivo a inoculare la convinzione che la letteratura, la quale si ispira al rinnovamento interiore e diventa impegno paideutico, è un valore universale, che permea i diversi aspetti dell’esistenza umana. Di qui la necessità della fonte Castalia, dalla quale attinge ed elargisce all’attento lettore possibilità espressive e cognitive di altissimo livello.

La lettura della poesia, prodotta da Marisa in tutto l’arco della sua vita, permette un’interessante indagine sulla psicologia dell’arte, che in questa silloge gioca un ruolo determinante, perché l’arte, intesa come tale, non è fine a se stessa, ma tende al contino miglioramento e superamento di se stessa, con il perpetuo divenire eracliteo, al miglioramento del mos communis, spesso traviato da illusioni e delusioni. Difatti Marisa accanto a elementi percettivi e cognitivi, attingendo a piene mani dalla tradizione letteraria, vi aggiunge, anzi sovrappone, il momento umanistico e indaga, in primo luogo, la componente tanto emotiva, quanto motivazionale.

Le liriche della poetessa, nonostante segnino momenti diversi sotto l’aspetto tanto fisico, quanto, e in modo particolare, psichico, hanno, nell’insieme un aspetto unitario, che permette all’esteta di cogliere accanto a preziose sinestesie, le intelligenti paronomasie, le studiate metafore, le ben calcolate iperboli incastonate in versi di rara bellezza. Questi ed altri accidenti, che con il loro aspetto esteriore celano la sostanza della Poesia, obbediscono alle leggi del piacere e del dispiacere, della gioia e del dolore, della vita e della morte, ma soggiacciono alla legge eternamente unica della temporaneità, che si coglie con frequenza quasi esasperante, mediante il termine Autunno, che costituisce la chiave di volta per l’interpretazione della lirica.

Con l’irruzione del dettato e dell’interpretazione freudiana nella critica letteraria, gli studiosi e, in particolar modo, i critici si sono occupati di trovare nel complesso mondo della psiche le più idonee interpretazioni della creazione artistica e della personalità, che dà vita all’opera poetica. Si osserva, però, che la psicanalisi contribuisce a comprendere il dettato poetico, ma non risolve tutti i problemi di fondo, perché la Poesia nella sua essenza sottende, e proclama, assoluta libertà. Per cui aveva visto giusto il Child, il quale, davanti a queste obiettive difficoltà, che non pochi studiosi avevano considerato insormontabili, mette seriamente in dubbio che la letteratura e, in particolar modo la Poesia, possa essere inclusa tra gli oggetti, che possono cadere sotto l’indagine psicologica o, in senso più ampio, psicoanalitica. La silloge di Marisa Cossu ne è un esempio lampante, perché la poetessa, anche se riversa nelle liriche particolari stati d’animo, fruibili mediante la comprensione analitica e dei lessemi e dei sintagmi sotto l’aspetto psicologico, come ogni opera d’arte, non si lascia imbrigliare da schemi preconcetti, presenti nella psiche umana. Questi, anche se insistenti e vivaci nella formulazione del pensiero primigenio e nella successiva formulazione poetica, vengono superati a vantaggio della sfera psico-sociale del dettato poetico, cui va necessariamente aggiunto l’aspetto paideutico-parenetico, insito nel concetto stesso della Poesia fin dai suoi primordi. La Poesia, come si evince dai testi, non è un quid fisico o meccanico, ma spirituale, metafisico, che non può essere messo sotto la lente del microscopio, per penetrarne i reconditi meandri. Difatti può percepire, gustare, assaporare la Poesia solo chi possiede quel quid concessogli dalla Natura ed entra immediatamente in sintonia col dettato poetico proveniente dall’esterno.

Oggi, purtroppo, non pochi facitori di versi, solo perché hanno acquisito una certa abilità nella versificazione, si credono poeti. Ogni loro componimento è un cymbalum tinniens, una campana stonata, un’offesa nei confronti della Poesia, che merita più rispetto, più cura, più ammirazione nelle persone vocate dalla nascita «al dolce dono delle Muse», come magistralmente già diceva Archiloco. Un antico e significativo adagio latino dice poeta nascitur, orator fit, che, reso in italiano, significa « si nasce poeta, oratore si diventa».

È, questo, il motivo, secondo il quale è affidato al Poeta leggere, commentare, interpretare la Poesia e proporla al grosso pubblico, perché riceva quei lumi, dei quali inconsciamente avverte vivamente la mancanza. Questa percezione spirituale della Poesia è innata nell’uomo, che si ferma estasiato davanti al testo poetico e assimila, come può, ciò che gli viene istillato.

Per cogliere a grandezza e la profondità della Poesia, che sgorga limpida, come sorgente ch’alta vena preme, dalla penna dei Marisa; per cogliere quel quid spirituale, che si materializza, prende forma a mano a mano che il logos si incarna in lessemi, in sintagmi sempre più fluidi e complessi, bisogna possedere quella fiammella, che, purtroppo, è dato in dono solo a pochissime anime. Proporre al lettore aduso alla Poesia un carme o un suo frammento è difficile, perché si dovrebbe riferire tutta la silloge, preceduta dalla magistrale Prefazione di Nazario Pardini. Ma, per offrire un saggio, dell’alta Poesia, che aleggia nella raccolta, si riporta la prima e l’ultima strofa di L’Autunno:

Vedi, l’uggioso Autunno si alimenta

              nell’aria sonnolenta

              di voci e d’ombre sparse e soffocate.

              È pausa della vita che rallenta

              nella stagione spenta

tra foglie morte ed armonie velate

È il volo degli stormi, unico moto,

              sospiro dentro il vuoto,

              presagio dell’inverno che proclama

              nell’esperienza grama

              la prigionia dell’uomo e dell’ignoto.

La poetessa con poche pennellate ritrae con magistrale bravura la triste melanconia dell’Autunno, presente in modo significativo in più d’una lirica, come un ritornello, un rintocco di campana, che avverte l’uomo dell’imminente trapasso. L’Autunno, come stagione, precede l’Inverno, nel quale sembra che la Natura sia morta. Il velo di tristezza, che comincia a diffondersi con in primi freddi, avvertono che la bella stagione volge al termine e, come gli elementi della Natura passano in uno stato di torpore, anche l’uomo, dopo le gioie della giovinezza deve rassegnarsi al cambiamento di stato. Il confronto con la vita dell’uomo è scontato e balza evidente davanti agli occhi, quando, nella seconda strofa, dice con una certa amarezza:

Cade l’oro del giorno in una lenta

              malinconia che inventa

              nebbiosi abbrivi e musiche stonate;

              vedi mutare l’ora quasi stenta,

              la pioggia si lamenta

              con voce roca per strade bagnate.

Nella composizione della breve, ma intensa e significativa lirica, la poetessa ricorre alla resemantizzazione di non pochi lessemi e, in tutta la silloge, di diversi sintagmi, che, se non letti e percepiti secondo il filo sotteso, sviano dalla piena e completa comprensione del messaggio inviato in maniera inequivocabile.

Marisa in tutta la silloge, pur cosciente che l’uomo, come gli elementi della Natura, va incontro al destino della morte, non si abbandona alla disperazione del pessimismo, ma neppure, almeno nell’apparenza, alla gioiosa speranza offerta dalla fede cristiana, che non è del tutto assente, come nella pregnante metafora, che apre la strofa, resa più greve e solenne dalla studiata posizione degli accenti: «càde l’òro del giòrno in un lènta…». Questi, come i rintocchi funebri della campana, che annunciano il trapasso di un uomo, rimangono incisi nella mente e invitano il lettore a ripiegarsi su se stesso e considerare la caducità della sua esistenza, breve come il giorno. La poetessa, mentre meditava quel verso, aveva certamente in mente un detto napoletano, diventato ormai d’uso comune: «La vita è un’affacciata alla finestra». Questo gesto negli affollati vicoli di Napoli avviene nella tarda mattinata, quando il sole è alto e brilla in tutto il suo splendore e diffonde sui tetti un abbagliante riflesso dorato, destinato a rimanere per breve tempo e a scomparire all’incalzare della sera.

La lirica nel suo insieme è sapientemente costruita con un ferreo controllo metrico: gli endecasillabi e i settenari si alternano col ritmo cadenzato dei singoli lessemi e dalla delicata armonia dei sintagmi. La loro collocazione non è data dall’esigenza del metro o del ritmo, ma da un afflato lirico difficilmente riscontrabile nel vasto e, non di rado, convulso panorama della poesia contemporanea. Il costante richiamo alla Natura, assimilato dall’assidua lettura e meditazione dei grandi autori, che hanno dato una svolta decisiva alla gloriosa Letteratura Italiana, permette alla poetessa di procedere sicura in un cammino antico, nel quale innesta le ansie e i turbamenti dell’esistenza quotidiana. Ciò permette a Marisa di permeare la sua produzione poetica di richiami dotti: la sua è una poesia dotta, accessibile solo a pochi intelletti, che hanno avuto la costanza di abbeverarsi alle pure acque della fonte Castalia.

Solo al lettore più attento non sfuggono le faticose ricerche della poetessa sulla natura delle rappresentazioni mentali e sugli effetti che queste proiettano e producono nella psiche di quanti si accingono a introiettare le immagini rielaborate in un lungo lasso di tempo. Per tal motivo i meccanismi e le strategie coinvolti nella comprensione del testo risultano di facile apprensione, di immediata fruizione. Il ricordo del testo permane, non poche osservazioni si insinuano nell’animo fino a diventarne padroni. Alcune, come quelle più intime e sofferte per il cocente ricordo della mamma, scomparsa da tempo, coinvolgono in modo prevalente per gli aspetti inferenziali implicati nell’attività e di elaborazione e di rievocazione degli affetti e dei sentimenti.

La poetessa, nel compiere questa delicata, e fondamentale, operazione, si rapporta con un discorso pacato e sommesso sia alla conoscenza del lettore sia ai tratti strutturali della sua mente di donna contemporanea, che ragiona mediante categorie diverse da quelle assimilate dalla poetessa mediante uno studio «matto e disperato».

Si osservi l’intimo raccoglimento, l’accorata e attenta meditazione, che Marisa riversa nella breve lirica Si spengono le luci:

A luci pente il buio

              è una diversa luce,

              un chiaro ritornare

              alle forme incorrotte d’Infinito

              che adesso rivela

              invisibile il vero.

              M’illumina di nera inconsistenza

              l’essere balbettante

              immerso nel mistero

              che qui compare immenso

              abbracciato alle cose

              cui dà nome il mio cuore.

              E mentre scrivo, già la notte cade.

Il titolo, ampiamente noto, ripete quello di un fortunato libro uscito dalla penna di Jay Mclnery, che certamente la poetessa ha tenuto presente, perché in voga qualche anno addietro. Non stupisce, però, in linea con il contenuto della lirica, se la poetessa si sia ispirata anche, in linea generale, ad alcuni versi di Vecchio frak, canzone scritta e incisa da Domenico Modugno nel lontano 1955, quando Marisa era nel fiore degli anni.

La breve lirica, composta di settenari intercalati da endecasillabi, senza rima, se si eccettua vero con mistero, è velata di una serena e rasserenante mestizia, che trova la gioia solo nell’intimità di un io, che appare travagliato e sofferente nell’affrontare il viaggio della vita. In questo omoteleuto, pur così lontano, e messo lì quasi per caso, va cercata n’intima esigenza spirituale della poetessa, la quale, pur senza nominare mai Dio, professa la sua spiritualità mediante espressioni icastiche come «Io, particola d’infinito» in “E quando miro nel ciel cader le stelle”, oppure «verso il Fattore che l’eterno muove», nel quale la lampante è la presenza di Dante; ma non si può trascurare il pregnante distico: «l’Essere errante svela, infine il verbo / e l’intimo sentire rende il vero», nel quale la Verità va cercata nella spiritualità, nella trascendenza del proprio io, che si inumana nella creatura razionale. Ancor più viva la percezione del trascendente appare nella lirica La vita, della quale si riporta solo la prima metà:

La vita che finisce – ed è la stessa

              della nascente gioia – non ha senso;

              forse è un atto di fede, la parola

              che indica l’esistere

              e l’eterno insieme.

La poetessa nella silloge non si ferma solo in queste poche citazioni a meditare sulla trascendenza della fede, ma dissemina in tutto il percorso lirico il suo angoscioso e, nello stesso tempo, sereno interrogativo su quanto travaglia profondamente l’animo di ogni uomo: credere in Dio.

Marisa è pienamente consapevolezza della fugacità del tempo e della caducità della vita umana, chiaramente espresse nell’iconico verso «E mentre scrivo, già la notte cade». L’attenzione del lettore, per la consumata abilità della poetessa, la quale, quasi per istinto, forgia endecasillabi impeccabili, è attratta subito dai lessemi verbali scrivo e cade. In quello concentra la vita e lo scorrere inesorabile del tempo, pur impiegato in un’attività che sfiora il metatemporale, perché proietta lo scrivente verso il futuro, nell’immortalità, in questo riassume con un eufemismo la fine della vita, destinata immancabilmente a finire.

Su questo endecasillabo, Marisa, educata davvero alla lezione dei grandi, pone in essere la sua consumata arte con impareggiabile maestria. La cupa e, si potrebbe dire, amara riflessione dell’anima è data soprattutto dagli accenti, che scandiscono solenni il tempo che scorre: l’accentuazione, che si propone, probabilmente non accettata da seducenti maestri di metrica, rende bene il pensiero della scrittrice, china sulle «sudate carte»: e mèntre scrìvo, già la nòtte càde. Se il verso si leggesse con un’accentazione diversa, ed è possibile, si banalizzerebbe il dettato poetico sotteso alla travagliata riflessione.

Profondamente impregnata di Leopardi, Marisa, per una diversa esperienza di vita, non si lascia travolgere dal pessimismo del recanatese. Difatti, nonostante le violente tempeste abbattutesi sul suo capo, non vede nella Natura la «perfida noverca»; nonostante il tempo scorra e la Natura chieda inesorabile il suo debito, un alito di fede naturale e di speranza sostiene il suo faticoso cammino, come è dato di evincere dalla lirica intitolata Speranza, della quale si cita solo la prima parte:

Non osano gli storni in alto cielo

              portarsi in volo ad arare le nubi,

              eppure è quasi Autunno.

              Speranza è quella parte d’infinito

              che ne richiama l’ali pur se il nulla

volteggia insieme al desiderio estremo.

Anche in questa breve pericope ricorre, come già accennato, il lessema Autunno è, di solito, collocato in fine di verso, a completare il sintagma. In questa lirica, come in altre, serpeggia un’inquietudine spirituale in cerca di una certezza, che solo la fede può assicurare. La poetessa non dichiara di aderire né allo scetticismo, né all’agnosticismo; ma non professa, nella sua interezza, neppure la fede cristiana, della quale dissemina nella silloge vari e illuminanti sprazzi. Non si abbandona a Dio come i mistici, ma non vi si tiene neppure lontana come gli atei: non di rado, infatti, si libera dalle pastoie convenzionali d’una società fortemente laicizzata e si abbandona a una spiritualità personale attinta direttamente dalla natura.

La fede, come dice San Paolo è «certezza di cose che si sperano, dimostrazione di cose che non si vedono». Un concetto, questo, molto difficile per chi non è aduso a navigare tra i meandri della teologia o tra gli slanci della mistica. Nella produzione poetica di Marisa, però, condensata in questa silloge, non sono assenti gli aneliti verso l’Eterno e verso l’Immortale, menzionati spesso in liriche pregne di adamantina interiorità. Per tal motivo la posizione della poetessa non si discosta molto dalle osservazioni di J. Arguelles, il quale scrive: «L’uomo ha sempre saputo che la vita è fondamentalmente buona, che l’universo, le stelle nel cielo, gli animali, le piante, i minerali, gli elementi della terra non sono malevoli, ma cosmicamente impregnati del proposito ordinatore. Il proposito è la sacralità inerente, l’ordine dell’universo in se stesso. Finché l’uomo ha rispettato questa sacralità, finché ne ha ordito il modello nel suo cuore attraverso l’umiltà e l’interiore sintonia spirituale, il modello della società umana ha anch’esso riflesso la sacralità e l’ordine di cui tutte le cose sono dotate». E, dato che la presenza dell’ordine, che regna nel creato, è continuamente presente nella poesia di Marisa, non si esclude che, accanto ai grandi libri della spiritualità antica, come la Bibbia, abbia avuto tra le mani trattati sulla religione in generale e su quella cattolica in particolare.

Nell’opera in esame, però, accanto agli elementi già notati, importanza particolare riveste la caratteristica visuale rispetto alla leggibilità e alla fruibilità del testo poetico. Accogliendo le istanze messe a punto da R. O. Freedle e J. B. Carroll, dalla lettura della silloge è emerso che Marisa avverte in più di una lirica la necessità di trattare i problemi inerenti la produzione del linguaggio in modo parallelo ai problemi sollevati dalla percezione che il lettore può avere del linguaggio adoperato.

Stabilire una stretta connessione tra i tratti percettivi e quelli strettamente semantici richiede un’analisi più accurata e dettagliata sulla specificità del testo letterario, per penetrare anche nella deviazione dalle normali prospettive e aspettative sulla relazione inscindibile e l’interazione tra i diversi assi del linguaggio, perché, secondo J. Hoorn, quando si esamina il concepimento e la conseguente elaborazione del testo letterario e, in modo particolare, di quello poetico, bisogna necessariamente affrontare questa deviazione da una prospettiva psicofisico-logica, che trova il suo essere nell’estetica dell’alterazione. In questo modo si verifica la necessaria e l’imprescindibile presenza dei due costrutti fondanti, i quali, formulati da R. Jacobson e presenti in R. Barthes, si concretizzano nell’effetto estetico funzionale e nell’effetto estetico formale.

È la netta e normale fusione di questi aspetti che contribuiscono in modo determinante a rendere la poesia di Marisa Cossu un unicum, cui non pochi, nel panorama della poesia contemporanea, dovrebbero volgere lo sguardo e percepirne i fremiti sommessi e i singulti appena accennati.

 

Orazio Antonio Bologna