LE RECENSIONI DI ORAZIO ANTONIO BOLOGNA

IL VALORE PAIDEUTICO NELLA POESIA DI CLAUDIA PICCINNO

Avventurarsi nel magmatico mondo della poesia contemporanea non è impresa facile, per le svariate sfaccettature, che presenta e per le quali pone il lettore davanti a considerazioni cangianti, come i colori di un’afosa giornata d’autunno o i grigiori d’un inverno rigido e piovoso. Ogni giorno centinaia di autori, in modo più o meno cosciente, danno alla luce diverse migliaia di versi, nella maggior parte dei quali sovente si avverte un’asfittica ripetizione di motivi già noti, un uso della metrica, della rima e delle assonanze non di rado azzardate e discutibili. Tra la congerie di sedicenti poeti è facile trovare l’improvvisatore con un retroterra culturale pressoché nullo; l’inesperto giocatore di parole, delle quali non sempre coglie l’esatta estensione e dimensione semantica; chi è convinto che la metrica libera, oggi, dopo i felici esperimenti da parte delle voci più rappresentative del Novecento, sia completa, o anarchica, liberazione dalla metrica classica. La realtà, però, è ben diversa, perché il vero poeta nei versi veicola immancabilmente quanto ha appreso in anni di studio e di tirocinio in modo personale e originale. La Poesia, infine, non è più solo appannaggio dell’uomo, il quale sta battendo la ritirata davanti alla travolgente presenza delle donne, le quali trascorrono qualche tempo in più nella formazione culturale e nel necessario tirocinio.

Oggi, infatti, a differenza di qualche decennio addietro, la presenza femminile nella produzione poetica diventa più costante, più vivace, più autonoma, più massiccia; ingrossa sempre più le fila di coloro che si dedicano con grande impegno al meraviglioso dono delle Muse, al culto sacro delle Camene.  Dimostra ciò anche la qualità dell’espressione poetica, nonché il modo, con il quale, a differenza dell’uomo, affrontano la complessa e variegata realtà della vita e della società.

Un posto di rilievo nel complesso panorama della poesia contemporanea è detenuto da Claudia Piccinno sia per lo stile, sempre asciutto e incisivo, quanto per la varietà dei temi affrontati con rara perizia e sensibilità. La poetessa, durante il necessario tirocinio, non si è lasciata invischiare dalle mode in voga, dalle fumose sperimentazioni, né da sollecitanti facilismi. Ha subito imboccato la via consona alla sua natura e affrontato con coscienza e consapevolezza quanto gli turbinava intorno, riversando in versi scarni e taglienti l’amara verità dell’esistenza. La poesia di Claudia, perciò, non trova rifugio nell’astratto e onirico mondo parnassiano d’una poesia da salotto, ma si immerge nei drammi, che costellano la vita d’ogni giorno; punta il dito sui soprusi di quanti travalicano i confini stabiliti dalla Natura; denuncia la violenza soprattutto a danno della donna, che alcuni cervelli sviati e nostalgici d’una presunta superiorità, considerano un oggetto, del quale servirsi e al momento opportuno disfarsi senza scrupolo alcuno; rileva la mancanza di comunicazione e la chiusura a stimoli di più ampio respiro.

Anche in questo caso la poetessa controlla le emozioni e, al contrario di quanto ci si aspetterebbe, non dà sfogo alla rabbia, normale in chi non riesce a controllare le giuste reazioni. Non si lascia neppure abbattere o travolgere dagli accadimenti o dalle necessità della vita quotidiana, che diventa sempre più aspra e difficile. Pur nel turbinio d’una vita movimentata, la Piccinno non trascura lo studio e l’approfondimento di testi, che sono molto vicini alla sua sensibilità.

Come stimata traduttrice dall’inglese è in continuo e fecondo contatto con voci poetiche di culture diverse, che altri difficilmente possono sentire, capire nella loro portata e gustarne gli aneliti e i messaggi.

Trascurando le innumerevoli raccolte di versi, di solito accompagnate da traduzione in inglese, in questa breve nota si ferma l’attenzione sulla raccolta La sfinge di pietra, ornato con la publica laus nel Certamen Apollinare poeticum presso l’Università Pontificia Salesiana di Roma il 27 novembre dello scorso anno.

La silloge, meditata, curata e limata secondo i canoni della poesia alessandrina per il messaggio che veicola nel magmatico panorama della poesia contemporanea accampa un posto di tutto rilievo. Anche la critica più esigente dovrebbe rivolgere adeguata attenzione a quest’opera, che si impone per semplicità, per sensibilità, per chiarezza, per umanità. Gli stilemi, che caratterizzano e conferiscono vigore all’espressione poetica, non sono i triti e asfittici lai, dei quali è colma gran parte della poesia contemporanea, ma attingono vigore e forza crescenti dall’humus dell’animo umano e lo scandagliano nelle pieghe più riposte. Per cui è opportuno, a questo punto, fermare l’attenzione sulla densa lirica Le parole che non dico, per scoprire il complesso mondo interiore della poetessa, la quale pone al centro della riflessione l’amore, che l’Uomo, essere dotato di ragione e volontà, può, e deve, vivere in tutta la complessa e variegata sfumatura semantica. Con lieve e delicato susurro la poetessa cerca di penetrare nell’animo umano e inoculare proprio nei nostri giorni, nei quali si assiste alla recrudescenza della violenza più efferata, parole penetranti come artigli, taglienti come spada, pesanti come macigni:

Sono colme d’amore

                 le parole che non dico,

                 sul precipizio della fiducia

                 io le trattengo,

                 perché tu non ne abbia noia.

L’Uomo, secondo i dettami delle Sacre Scritture e di altri testi antichi, è stato creato per effondere intorno a sé l’amore in tutti i suoi rivolti. Nei suoi occhi, nei suoi gesti, nell’habitus quotidiano, che riversa nel modus vivendi e agendi dovrebbe per propria natura sprizzare amore; ogni suo gesto dovrebbe essere informato dall’amore; ogni suo rapporto col suo simile dovrebbe essere improntato sull’amore. La poetessa scrive queste parole, perché sperimenta giorno dopo giorno una realtà diversa, in netto contrasto con quanto la Natura ha messo come sigillo imperituro nel suo intimo.

L’Uomo, quando commette un gesto violento nei confronti del suo simile e si pone sullo stesso livello della brutalità ferina, rinnega se stesso e uccide quel quid unico ed essenziale, che lo distingue dagli altri esseri animati presenti sulla terra. Mentre, in forza dell’intelligenza e della volontà domina sugli esseri inferiori, quando dimentica chi è e quale sorte gli è stata data, l’Uomo diventa peggiore dei bruti, i quali, privi di quel dono meraviglioso, si abbandonano all’istinto e alla violenza più efferata. Per cui la poetessa, quando vede nell’essere umano la corrispondenza d’amorosi sensi, nella medesima lirica non esita a scrivere con un sospiro di sollievo e intima soddisfazione:

quando io colgo

                 un barlume di tenerezza

                 nel tuo dire distratto

                 e vorrei tu vedessi

                 il sorriso che mi accende il volto

                 prima che volutamente

                 io finga di parlare d’altro.

È, questo, quanto si auspica la poetessa nei rapporti interpersonali con epigrammatica freschezza e incisività. Si tuffa perciò in un percorso costellato di emozioni, che, pur sottaciute e sottese, vibrano dall’uno all’altro animo e cercano nella sintonia quel quid inesprimibile inerente nell’animo dell’Uomo. La parola, volutamente ricercata e inserita in un flusso lirico e metrico scandito da accenti e da pause eloquenti, penetra nell’intimo, scuote la psiche intorpidita e la illumina come un penetrante raggio di luce.

Quando il messaggio nella sua essenza metapsichica coinvolge gli animi verso il medesimo intento, la poetessa soddisfatta può dire con orgoglio per aver raggiunto il suo obiettivo:

mi annebbia la visuale

                 il tepore dei tuoi baci,

                 ne conservo l’alone

                 perché io sono vetro.

Con questa manciatina di versi, collocati non a caso come suggello del percorso poetico tracciato nella silloge, Claudia conclude il ciclo narrativo interiore con una lirica, che si potrebbe considerare un vero e proprio epigramma. Le due immagini, che si susseguono con conseguenziale sviluppo psico-fisico, riassumono e proiettano nell’immensa e infinita comprensione dell’io narrante verso l’io ricevente sensazioni destinate a lasciarvi una traccia indelebile imperitura. Come note scritte sul pentagramma ed eseguite con mano sensibile da un esperto interprete le parole della poetessa penetrano nella psiche e la coinvolgono a cercare, conservare, e diffondere amore, concretizzato nel bacio. Questa espressione fisica, propria dell’Uomo, nasce per amore, infonde amore e lascia sulle labbra della persona baciata un alone destinato a durare nel tempo.

Stempera e, nello stesso tempo, allevia con la pacata leggerezza dei singoli lessemi l’impatto iniziale, che si riscontra nella lirica incipitaria della silloge, Sfinge di pietra. Il breve carme con la studiata anafora di se pone il lettore davanti alla necessità del dialogo aperto e costruttivo, anche se non c’è interazione tra mittente e ricevente. Dal titolo del carme la poetessa ricava quello col quale sigilla il florilegio, e offre a lettori attenti e sensibili gli stimoli a scendere all’interno della propria psiche e arricchirla con riflessioni sincere, serene e costruttive. Il dialogo diventa più serrato a mano a mano che l’indagine nell’ego prosegue e sgombra il campo da miti falsi e aberranti.

Perché il lettore possa avere un’idea sul messaggio veicolato da versi levigati, legati da una metrica calcolata sulle battute tanto dei singoli lessemi, quanto, e soprattutto, su tutto il sintagma, che si snoda in maniera armonica e coordinata con quanto segue, si riporta la lirica per intero:

E se anche in questo momento di connessione

                 Tu decidessi di defilarti

                 io capirei.

                 E se continuassi a scrivere

                 con penna molesta,

                 se a te nuocesse, io mi fermerei.

                 Se un microbo ti trascinasse via

                 su altri lidi

                 dove non sono ammessi interlocutori,

                 sfinge di pietra, mi murerei.

                 Piovono parole nuove

                 senza alcun senso,

                 a dare misura di questo vuoto

                 che parla sospeso

                 in attesa di un verso.

Anche a una lettura poco attenta e frettolosa si evince immediatamente l’intimo e palpitante messaggio tanto della lirica, quanto della silloge, mirabilmente condensata in pochi versi, senza alcuna divisione strofica, perché il ricevente possa immediatamente captare il messaggio preannunciato con la puntuale e studiata anafora del se.

Davanti a un ricevente restio ad entrare nella propria psiche, per ritrovare il suo ego, col dovuto rispetto dovuto all’Uomo la poetessa è pronta a diventare sfinge di pietra, muta per sempre

La sfinge, come si apprende dalla mitologia classica, è una figura tratta soprattutto dal mito di Edipo, il quale divenne re di Tebe per aver subito risolto l’enigma propostogli. È per lo più raffigurata con il corpo di leone, testa umana e, in alcune immagini, dotata di ali. Quest’essere complesso e misterioso era detentore di una sapienza arcana, per conoscere la quale l’uomo doveva porsi in umile stato di ascolto e dedicarsi alla ricerca continua, soprattutto di sé. Il suo volto inalterato, anche se inquietante, nascondeva ciò che l’Uomo doveva trovare, scoprire con la propria intelligenza, mettere in comune con i propri simili per il progresso, fondato unicamente sulla conoscenza.

Davanti all’insensibilità o al rifiuto della persona, cui rivolge il suo messaggio, la poetessa non può che chiudersi in se stessa ed assumere l’atteggiamento della sfinge, a noi veicolata dagli antichi mediante sculture di pietra.

Di notevole interesse, almeno sotto l’aspetto comunicativo e psicologico-semantico, il fonema incipitario del lessema nel secondo e nel terzo verso, dove al Tu con iniziale maiuscola succede l’io con iniziale minuscola. L’interlocutore, il Tu, cui la poetessa rivolge il pensiero, assume davanti ai suoi occhi un ruolo importante e fondamentale per intessere il dialogo, che continuo e senza tentennamenti si svolge nelle liriche successive.

In continua tensione psicologica e costantemente cosciente della funzione paideutica, che la poesia di volta in volta si assume, divenendo non di rado importuna e molesta, la poetessa, pur con rammarico, rinuncia a riversare sulla carta quanto gli urge nell’anima, e tace, come la sfinge. Ciò, anche se la mortifica e le tarpa le ali della comunicazione, diviene elemento fondamentale per l’Uomo per realizzare in pieno la costituzione della società, nella quale trova la dimensione del suo essere e il senso del verso da percorrere.

La poetessa, consapevole della funzione, che di volta in volta assume la parola, è disposta a tacere, per non urtare la suscettibilità e la sensibilità dell’interlocutore, il quale spinto e guidato dal libero arbitrio, può effettuare scelte sovente non conformi al comune senso del dettato psicologico. In tutta la silloge questo dettato, accuratamente cercato, meditato, rielaborato, viene proposto con versi levigati, scorrevoli, legati da un afflato lirico di rara sensibilità. Claudia, memore degli studi giovanili, talvolta si abbandona, quasi inconsciamente, alla rima, come nella lirica Sull’adulazione, dalla quale si estrapola la strofa iniziale per concludere con l’asciutta consapevolezza della poetessa:

resta sempre il sospetto

                 che vogliate mortificare

                 il mio intelletto.

 

Orazio Antonio Bologna